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Recupero acque piovane per impianti idrico sanitari

Recupero acque piovane per impianti idrico sanitari

Esistono varie soluzioni di fornitura da valutare attentamente: ecco come si progettano insieme a un’accurata analisi costi-benefici

Gli impianti idrico-sanitari si occupano di distribuire l’acqua all’interno degli edifici e di allontanare quella utilizzata (reflui), attraverso le reti di scarico. Tali impianti sono formati da due parti costituenti: adduzione e scarico.

La parte di adduzione è suddivisa in fornitura di acqua fredda (AF) e fornitura di acqua calda sanitaria (ACS). Nella maggior parte dei casi il servizio di AF è composto da un punto di erogazione proveniente dall’acquedotto, da cui diparte la rete di distribuzione ai vari servizi. L’ACS, invece, viene prodotta in loco: dalla rete di distribuzione AF si deriva una tubazione dedicata per l’acqua calda, questa viene scaldata passando attraverso un generatore e poi distribuita attraverso una sua rete dedicata. Per alcune applicazioni e certi casi specifici, è possibile far ricorso al riutilizzo delle acque piovane, sebbene questo tipo di uso non porti un risparmio energetico diretto (lo crea a livello indiretto consumando meno acqua proveniente dall’acquedotto, si può ridurre l’impegno energetico per le stazioni di depurazione e pompaggio), comunque sia crea un risparmio di tipo economico.

Recupero acque piovane impianti idrico sanitari, qual è il trucco per risparmiare?

La rete di scarico delle acque reflue è suddivisa in acque bianche (acque piovane), acque bionde o saponose (scarico dei lavandini, lavabi, bidet, docce ecc.) e acque scure (scarichi di wc e simili).

Nei paragrafi successivi tenteremo di spiegarvi come si potrebbe efficientare questo tipo di impianti.

Acqua fredda (AF), come aumentare l’efficienza?

L’acqua fredda viene recapitata, presso gli edifici, ad un punto di erogazione generale, dotato di valvola di intercettazione e di un contatore che segna i consumi da addebitare all’utenza.

Le tubazioni devono essere di diametro proporzionato alle portate richieste e la pressione garantita di almeno 3-3,5 bar (30-35 m.c.a). Con questo tipo di pressione è possibile fornire acqua fredda in assenza di sistemi di sopraelevazione ad edifici di 12-15 m (4-5 piani). I sistemi per la sopraelevazione della pressione (autoclavi), sono infatti dispendiosi sia in termini di installazione, oltre che in termini di conduzione. Con un’autoclave oltre alle spese per la fornitura di acqua, l’utente deve affrontare anche la spesa elettrica per il funzionamento delle relative pompe.

Per disperdere il meno possibile la pressione che ci viene fornita dall’acquedotto, dobbiamo fare in modo che i componenti installati, lungo il percorso, abbiano meno perdite di carico possibili, cioè che le tubazioni abbiano percorsi lineari, il più corti possibile dalla fornitura alle utenze e infine che le stesse tubazioni siano più lisce possibile.

Alla luce di quanto appena detto va accuratamente scelto il contatore, il disconnettore, l’addolcitore o il dosatore di polifosfati e i miscelatori o i rubinetti d’utenza.

Come si recuperano le acque piovane?

Per evitare o, almeno, ridurre il consumo dell’acqua fredda proveniente dall’acquedotto, potremmo far ricorso al recupero delle acque piovane. L’acqua proveniente dalla pioggia è utilizzabile per innaffiare il giardino, rifornire di acqua i wc e le lavatrici.

Le componenti di un possibile impianto per il recupero sono: la copertura di un edificio da utilizzare cone superficie di raccolta delle acque, i pluviali, un deposito, una pompa per la distribuzione ed una rete di tubazioni separata per servire le utenze. L’impianto è abbastanza semplice da realizzare, anche se non adatto a tutti i contesti.

Prima di tutto c’è bisogno di una copertura, ed essa deve essere idonea sia come superficie che come materiale; vanno escluse coperture piane perché fanno ristagnare ed evaporare l’acqua, altresì sono poco indicate coperture con rivestimenti bitumati e metallici, visto che potrebbero aggiungere sostanze nocive all’acqua piovana.

Il deposito può essere in cemento, in materiale plastico o in acciaio inox. Può essere posizionato interrato, in area pedonale o carrabile, oppure inserito un una cantina da utilizzare come volume tecnico.

La pompa per l’innalzamento della pressione può essere di tipo a cuscino o con “press-control” se esterna oppure ad immersione nel deposito. La rete di ditribuzione deve partire dal deposito ed arrivare alle utenze finali (wc, lavatrici, rubinetti per l’irrigazione del giardino).

L’analisi della richiesta d’acqua da parte dell’utenza e le possibili soluzioni di fornitura, con questo tipo di impianto, sono due aspetti fondamentali, che devono essere valutati per giungere ad un’analisi seria costi benefici; in caso contrario si corre il rischio di vanificare l’investimento iniziale avendo risparmi inferiori alle aspettative o tempi di ritorno superiori alla vita utile dell’impianto stesso.

Acqua calda sanitaria, impianto tradizionale o…?

L’acqua calda sanitaria viene prodotta sul posto a partire dall’acqua fredda; per produrre l’ACS si può ricorrere a generatori tradizionali, tipo caldaie, scalda-acqua a gas o ricorrere a pompe di calore. I due sistemi appena detti posso anche essere integrati con un impianto a pannelli solari termici (che verranno analizzati in altra sede).

Se si impiega un generatore tipo caldaia, esso può essere dedicato solo alla produzione di ACS oppure può essere di tipo combinato anche per il riscaldamento: in questo caso, serve alla produzione di acqua calda di tipo istantaneo. In alternativa è possibile produrre acqua calda con accumulo ed eventuale rete di ricircolo.

Il sistema istantaneo ha degli svantaggi in termini di confort:
1) se la potenza non è commisurata all’utenza, potremmo avere dei momenti in cui all’utenza arriva acqua fredda o tiepida, anziché calda;
2) anche se ben dimensionato, l’impianto impiega qualche secondo a fornire l’acqua calda, secondo la lontananza che abbiamo tra generatore e utenze.

L’accumulo però ha delle dispersioni: mentre si tiene in caldo l’acqua in attesa di essere usata, si disperde calore: ma quanto è?

Un bollitore di 800 litri (le taglie commerciali che più si avvicinano al valore calcolato sono 500 litri oppure 800 litri) con isolamento in polistirene di 5 cm con λ = 0,035 W/mK disperde circa 4,8 W/K per cui considerando una temperatura di accumulo di 65 °C e una temperatura dell’ambiente in cui viene installato di 5 °C (tipo una centrale termica) avremo una dipersione totale di 4,8 · (65 – 5) = 288 Wh. Disperde più o meno quanto un termosifone in alluminio di interasse 600 mm composto da 2 elementi.

Per questa ragione le ditte che producevano i bollitori, fino a qualche anno fa, non avevano piacere a diffondere questo dato, altrimenti avrebbero disincentivato l’acquisto dei bollitori. Da quando sono in vigore le norme sul rendimento energetico in edilizia, “l’andazzo” è cambiato, visto che devono denunciare questi dati nelle schede tecniche dei prodotti.

Si tratta di dotare le utenze, a cui si deve fornire acqua calda, di un tubo in più che intercetta e collega l’andata dell’utenza stessa con il bollitore di accumulo facendo da ritorno. Ciò permette di creare un anello di ricircolo che viene dotato di pompa; questo permette una continua circolazione dell’acqua calda dal bollitore alle utenze e viceversa evitando di avere acqua raffreddata nelle tubazioni dell’ACS. (rif.ediltecnico)